È di alcuni giorni fa la notizia che la Federazione Italiana dei Medici di Medicina Generale abbia bollato come inutile la proposta del Ministro Schillaci di inquadrare i medici di famiglia all’interno del Sistema Sanitario Nazionale e si sia dichiarata “pronta alla lotta”.
Attualmente i medici di famiglia sono liberi professionisti che operano in convenzione col Sistema Sanitario. Tra i loro obblighi c’è quello di garantire un orario minimo settimanale e la disponibilità diurna.
Da anni sentiamo evocare dai medici di famiglia il loro disagio a doversi pagare un sostituto e quindi di non avere ferie pagate come i medici ospedalieri. Di doversi pagare l’affitto dell’ambulatorio (vero?). Di avere un numero di assistiti troppo elevato. Di doversi pagare i contributi.
La retribuzione media di un medico di famiglia è circa 107.000 Euro all’anno lordi che però possono essere integrate con attività ulteriori. Molto più di un medico ospedaliero.
Negli ultimi anni si è assistito ad un assalto ai Pronto Soccorso, frutto del fatto che le persone, dal Covid in poi, hanno sempre più difficoltà ad accedere alla sanità territoriale.
Troppo spesso in ospedale si sente dire dagli utenti che non sono stati in grado di contattare il medico di famiglia.
C’è un evidente problema nell’assistenza territoriale e va da sé che la prima riforma debba interessare proprio chi il sistema territoriale lo incarna.
L’inquadramento dei medici di famiglia nel Sistema Sanitario Nazionale eviterebbe loro che debbano pagarsi gli ambulatori, che debbano pagarsi il sostituto per le ferie, che debbano pagarsi interamente i contributi previdenziali.
Il lato negativo? L’essere inquadrati come Dirigenti Medici li obbligherebbe potenzialmente a reperibilità, turni notturni e festivi e (soprattutto) a timbrare un cartellino. Tradotto in una parola: ad essere controllati.
È il lato negativo di perdere la totale autonomia che li frena?
Non ha senso sostenere che con questa riforma i pazienti perdono la possibilità di scegliere il medico di famiglia in cui ripongono fiducia. In ospedale vale il principio opposto: si è paziente della struttura proprio per evitare un rapporto clientelare che potrebbe sorgere. Nel territorio deve funzionare all’opposto?
C’è qualcosa di poco chiaro in questa lotta che fa sorgere più di un sospetto.
Siamo di fronte all’ennesima dimostrazione di casta?
Pochi mesi fa il Corriere della Sera pubblicò un articolo sulla questione. Il problema sembra risalire addirittura al Ministro Speranza. C’era già in atto una bozza di riforma che sembra essere da subito ostacolata dai diretti interessati. In una riunione di vertice si parla di case di comunità private e di un mercato da 40 miliardi di Euro sulla sanità territoriale da “aggredire” e che può “portare molte risorse nel nostro stipendio”. In mezzo anche ENPAM, la cassa previdenziale dei medici che è più ricca dell’INPS. Finzione o realtà?
L’unica domanda lecita rimane se ognuno di noi vede ancora il proprio medico di famiglia come una figura che è in grado di curare a 360° la popolazione oltre che a fare da centrale di smistamento verso gli specialisti e a prescrivere farmaci per terapie croniche. Se ci accontentiamo di quello che ci viene offerto adesso e si va contro anche a questa riforma non ha però più senso recriminare per giornate in attesa al Pronto Soccorso per una semplice storta o un mal di gola.